La Geologia e il Paesaggio del Pollino: Vette oltre i 2000 metri, Gole Fluviali e Antichi Fossili
Il Parco Nazionale del Pollino rappresenta uno dei complessi geologici e geomorfologicamente più suggestivi del Mediterraneo. Collocato come possente ponte calcareo tra l’Appennino Lucano e i rilievi cristallini calabresi, il suo paesaggio testimonia un’intensa storia di sollevamenti tettonici, modellamenti carsici superficiali e ipogeici, sprofondamenti vallivi e antichi trascorsi marini preistorici.
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1. Le Vette Oltre i 2000 Metri • I Tetti dell’Appennino Meridionale

Il Massiccio del Pollino custodisce con orgoglio le vette montuose più alte dell’intero Appennino meridionale. Cinque monumentali montagne superano lo spartiacque altimetrico dei 2.000 metri di quota, aprendosi in spettacolari terrazze panoramiche naturali che consentono allo sguardo d’abbracciare contemporaneamente, nelle giornate invernali e primaverili di massima limpidezza atmosferica, sia le acque del Mar Ionio che quelle del Mar Tirreno, giungendo a distruggere la linea d’orizzonte verso i profili insulari dell’Etna e dello Stromboli.
Le cinque vette solenni che dominano le quote superiori sono:
- Serra Dolcedorme (2.267 m s.l.m.): La cima in assoluto più alta del Parco Nazionale e tetto d’altitudine del mezzogiorno continentale italiano, caratterizzata da verticali balze carsiche sprofondate sul versante calabrese.
- Monte Pollino (2.248 m s.l.m.): La montagna sacra che dona il nome all’omonimo gruppo e all’area protetta, considerata negli accostamenti mitologici classici come leggendaria dimora del dio Apollo (Mons Apollineus).
- Serra del Prete (2.180 m s.l.m.): Possente e massiccio dosso calcareo la cui parete meridionale scende con pareti strapiombanti a dominare i verdeggianti pascoli di Piano di Ruggio e il Belvedere del Malvento.
- Serra delle Ciavole (2.130 m s.l.m.): Rilievo alpino celebre per le creste scoscese e le sue bancate calcaree modellate in campi solcati dove riposa il suggestivo plateau carsico noto agli escursionisti come “Cimitero dei Pachidermi”.
- Serra di Crispo (2.083 m s.l.m.): Rinomata internazionalmente come il leggendario “Giardino degli Dei”, tempio roccioso e santuario naturale in cui prosperano le popolazioni più scenografiche di Pini Loricati (Pinus heldreichii).
Camminare attraverso queste quote di crinale significa avanzare oltre il limite vegetativo delle faggete vetuste per avventurarsi fra doline inghiottitoio, nevai stagionali tardivi e bastionate scolpite dal ghiaccio.
Itinerari di vetta dedicati: Serra Dolcedorme • Monte Pollino • Serra di Crispo • Serra delle Ciavole • Serra del Prete
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2. I Fiumi e le Profonde Gole • Il Lao, il Raganello e il Sinni

L’ossatura idrica dell’area protetta è nutrita da un imponente circuito di sorgenti sotterranee di origine carsica che sfogiano il loro portate a valle dando vita a bacini idrografici incontaminati: i fiumi Sinni, Mercure-Lao e Coscile sono i più ampi tra i numerosi corsi d’acqua che scolpiscono le vallate del Parco.
Nascendo come freddi ruscelli d’altura tra le faggete e le pietraie di cresta, questi flussi acquatici si trasformano progressivamente a quote inferiori in impetuose fiumare. Durante il loro tragitto millenario hanno escavato nella roccia calcarea vere e proprie gole titaniche di profondità vertiginosa, su cui svettano i celeberrimi canyon del Fiume Raganello tra San Lorenzo Bellizzi e Civita, e le inaccessibili pareti forzate dalle rapide del Fiume Lao tra Laino Borgo e Papasidero.
Laddove i torrenti scorrono pianeggianti nelle valli di mezza costa, la vegetazione riparia esplode con un fulgore botanico subtropicale: gallerie verdi di pioppi secolari, salici piangenti, ontani neri, felci floride e tappeti muschiosi incorniciamo sponde e vasche naturali. Nelle acque limpidissime e ossigenate nidificano o cacciano indisturbati ospiti ecologici di eccezionale rilievo come la Lontra, la Salamandrina dagli occhiali, la Trota fario nativa, il dinamico Merlo acquaiolo, il coloratissimo Martin pescatore, aironi cenerini e cormorani di passo fluviale.
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3. Le Emergenze Fossili • Dalle Rudiste Marine ai Grandi Vertebrati

La storia geo-paleontologica del Pollino è un affascinante libro di roccia a cielo aperto che permette di risalire ritroso attraverso oltre 100 milioni di anni di ere del pianeta Terra, spaziando da antichi fondali sottomarini tropicali della Teti alle glaciazioni quaternarie del Pleistocene.
Le testimonianze fossili di primariaanza scientifica che punteggiano il territorio si dividono in tre grandi periodi evolutivi:
- Le Rudiste del Cretaceo (> 100 Milioni di anni fa): Lungo i costoni rocciosi ad altissima quota delle vette maggiori, incastonati nei calcari durissimi di crinale, si osservano diffuse colonie di Rudiste, bivalvi conchigliacei marini di barriera corallina vissuti nell’era secondary (Mesozoico), testimoniando che le attuali rocce alpini a 2.000 metri si trovavano un tempo depositate sul fondo di un caldo mare caraibico tropicale.
- L’Istioforide di Monte Alpi (~ 30 Milioni di anni fa): Sul versante lucano di Monte Alpi presso Latronico, le cave locali hanno portato alla luce il calco pietrificato di un possente pesce marittimo lungo oltre due metri appartenente alla famiglia degli Istioforidi (parenti lontani degli attuali pesci vela e marlin), risalente a depositi miocenici marini.
- I Vertebrati Pleistocene della Valle del Mercure (400.000 anni fa): Con l’emersione tettonica continentale, le vaste conche lacustri quaternarie vallive come la Valle del Mercure si trasformarono nel habitat pascolato da possenti erbivori preistorici: i giacimenti paleontologici hanno restituito scheletri completi e dentature monumentali di Elefanti preistorici delle foreste (Elephas antiquus), Ippopotami acquatici e Rinoceronti antichi che vagabondavano lungo le rive del grande lago pleistocenico.
La cronologia del tempo preistorico si chiude idealmente 12.000 anni fa all’interno dell’antro sepolcrale della celebre Grotta del Romito a Papasidero, dove gli antenati paleolitici di homo sapiens incisero magistralmente sulla parete di roccia del massi d’ingresso il famosissimo graffito dell’Uro (Bos primigenius o Bue selvatico), testimoniando il passaggio geologico dal tempo della natura selvatica primigenia all’alba della cultura umana nel territorio del Pollino.
Tag: Geologia • Vette • Fiumi • Fossili • Serra Dolcedorme
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